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la neve

(di Maurizio Moretti)

 

Casun

(di Maurizio Moretti)

 

Acquafredda

(di Maurizio Moretti)

 

Qualità: le origini

(di Maurizio Moretti)

 

Qualità: gli sviluppi

(di Maurizio Moretti)

 

La Pietra

(di Maurizio Moretti)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La neve

    Ora tu immagina una strada deserta. In un paese che non è più pianura e non è ancora montagna. Si e no cento famiglie. E immaginati di percorrerla a piedi, quella strada, a notte fonda, magari un po’ bevuto.

E’ inverno, e nevica. Dio come nevica! Fitto, fitto, fitto. Neve vera, neve fredda, che tutto copre, democraticamente, di una soffice coltre farinosa.

Passa un treno, ma educatamente, come in pantofole, sollevando sbuffi di polvere bianca. Ti disturba un po’, ma non più di tanto; in fondo fa parte del paesaggio, non più estraneo di quanto lo sei tu.

Continui a camminare, sentendo la neve scricchiolare sotto i piedi, finché arrivi sotto un lampione, e qui ti fermi. (Prima magia!), ad ascoltarla, la neve.

Non lo so se viene da dentro o viene da fuori, ma la neve, cadendo, fa rumore. E’ che non lo senti sempre, solo in certi momenti. Credo sia il sommesso spostarsi di miliardi di molecole d’aria che lasciano il passo ai protagonisti di una notte, per una fugace sfilata, prima di accartocciarsi a terra, gli uni sugli altri.

Alzi lentamente la testa, (seconda magia!), a guardarla, la neve, mentre cade. Non so voi, ma a me è una cosa che fulmina. Nel cono di luce disegnato dal lampione, lasciare che i fiocchi si posino delicatamente sul viso, restare lì, per un istante, indecisi, e poi evaporare nel nulla, lasciandoti soltanto spilli gelati sulla pelle.

E questo, secondo me, è un limite degli animali omeotermi. Quello di non poter essere coperti da una coltre di neve, diciamo, per almeno un paio di mesi l’anno, conservando le loro minime funzioni vitali.

Con un po’ di fantasia potresti anche invertire il sistema di riferimento; immaginarli fermi e tu, lanciato a folle corsa, loro incontro; verso il cielo, una volta tanto.

Ora, a questo punto, uno o due filuzzi del nervo ottico raccolgono, da una zona periferica della retina, un segnale, e te lo portano, dritto dritto, al cervello. Tanto basta per farti abbassare la testa. Di fronte a te c’è un rettilineo. Saranno cinquecento metri, e, in fondo, compaiono i fari di un’automobile, due occhi gialli, che si avvicinano.

Prima ancora di sentirlo, lo temi. Il fonocardiogramma impazzito. TUM-CIA, TUM-CIA, TUM-CIA, sempre più forte, a mano a mano che l’auto s’avvicina. Quando ti passa accanto, esplode nella testa, come un accesso parossistico.

Fuoristrada da sessanta milioni, di cui dieci equamente ripartiti tra cerchioni in lega ed impianto stereo. Quasi le avverti sulla pelle, le vibrazioni dei vetri. Dentro non ci devono essere condizioni compatibili con la vita. Per lo meno come la conosciamo noi.

Sbigottito ed incredulo, la segui con lo sguardo mentre, veloce, si allontana. Il TUM-CIA, TUM-CIA, TUM-CIA, si smorza e cambia di tonalità. Effetto Doppler.

Capito? Tu fermo e lei che va. Tu l’arco e lei la freccia. Finché una salvifica curva-controcurva la inghiotte definitivamente.

Pensi: se adesso a me e a lui (il guidatore) venisse un istantaneo secchino; e se, per una serie di fortunate coincidenze, i nostri corpi fossero sollecitamente sottratti all’azione demolitrice degli agenti atmosferici; e se, per un'altra serie di fortunate circostanze, le nostre sostanze organiche fossero gradualmente e completamente sostituite da SiO2, diventando così due fossili perfettamente conservati, tipo uomo di Similaun, però meglio; e se, tra qualche milione d’anni, un geologo scrupoloso, impegnato in prospezioni geognostiche per l’attuazione del miliardesimo progetto di costruzione del terzo valico, ci trovasse.

Io già ce lo vedo, alla conferenza stampa indetta per la presentazione della scoperta, lui (cioè il suo ologramma laser) parlare di fronte alle telecamere della confederazione galattica!

“ Come lor Signori potranno apprezzare, durante le opere preliminari di cantierizzazione, sono stati rinvenuti due fossili, miracolosamente conservati, appartenenti indubbiamente alla stessa specie “Homo Sapiens”. Ciò nonostante, dall’analisi dettagliata delle strutture anatomiche fossilizzate, emergono differenze significative, ancorché minime, che fanno supporre il fossile B (cioè il guidatore!) uno stadio evolutivo successivo al fossile A (cioè te!). L’esame dell’apparato acustico-vestibolare evidenzia differenze strutturali non già di natura degenerativa ma che, nel complesso, rendono l’intero apparato atto a sopportare sollecitazioni più intense. Appare lecito supporre che il soggetto B, vuoi per il decadimento delle condizioni ambientali, vuoi per l’esercizio di attività lavorative o pratiche tribali socio-religiose, abbia sviluppato una maggiore resistenza a fonti acustiche molto intense, a brusche accelerazioni-decelerazioni, oscillazioni nei piani dello spazio, movimenti sussultori, ecc. “

Ora, in quel tempo, io sarò luce che viaggia per le galassie, ma se, per caso, mi trovassi a passare da queste parti, giuro che a quel geologo gli rovescio tutte le stoviglie nella credenza; gli faccio saltare le lampadine; giuro che quello non chiude più occhio finché campa.

Primo, perché lavora per il terzo valico. Secondo, perché dice un sacco di fregnacce. Chiusa parentesi.

T’illudi che non sia successo niente, ma non è più la stessa cosa. E per quanto ti sforzi, non la senti più, la neve, cadere.

Guardi su, e lentamente ma inesorabilmente, sta smettendo di nevicare.

Lo vedi, alle volte, come ti frega, il destino! Mi sarebbero bastati, forse, altri trenta secondi e sarei riuscito a salire più su, tra un fiocco e l’altro, dove non m’avrebbe disturbato più alcun rumore e da dove avrei potuto guardare più distante e meglio.

E invece.

Adesso chissà quando nevicherà, la prossima volta. Se nevicherà più.

Tutta colpa del buco nell’ozono. Tutta colpa delle macchine e degli impianti di riscaldamento, che bruciano gasolio invece che metano e vomitano nell’aria tutte le schifezze possibili. Tutta colpa di quel fuoristrada.

Maledettamente fuori strada.

 

Casun

“Casun”, non mi ha mai tradito. Se al Padreterno sfuggivano dalle mani le condizioni necessarie sufficienti perché qualche fungo nascesse, potevi star certo che lì, nel mitico bosco di Casun, lo trovavi. Magari anche un fungo solo, ma lo trovavi. E non era un fungo qualsiasi. Era un fungo di Casun. A quel tempo, dovevi partire apposta con l’idea di andarci, camminando per strade e tralasciando tutti i boschi che incontravi prima, che erano boschi buoni, da funghi. Puliti, curati dai nostri vecchi come una delle poche risorse a disposizione. Adesso, ci arrivi per forza, a Casun, saltando tutti i boschi persi, i cedui dimessi e secchi in piedi, abbandonati ad un feroce sottobosco di sterpi e rovi. Così, ci arrivano tutti, a Casun, anche chi non se lo merita. E questo è uno dei motivi per cui mi piace andare a funghi quando ne nascono pochi. Quando si pensa che non ce ne siano ancora o che non ce ne siano più. Rischi il cestino vuoto ma in cambio, se incontri qualcuno, puoi star certo che è “giusto”. Oggi, per esempio, era una giornata giusta; più spostata verso il cappotto, però. Tempo di bertoni, i funghi da freddo. Funghi da vecchietti con gli occhi buoni; mimetici al punto di crescere completamente sotto il fogliame, che quasi li devi intuire. A poste fisse, nascono, che vuol dire sotto quel cespuglio e non altrove. Io, a Casun, c’entro dal basso e la prima posta la salto, perché ci nascono più tardi. Mi limito a costeggiarla, seguendo la strada che si addentra nel bosco, sbirciando tra l’erba spaccata e i rami secchi a terra, perché non si sa mai.

Niente, come volevasi dimostrare. Se mai, se ne riparla tra una settimana. Cinquanta metri più avanti, il bosco sale, per finire in un piccolo avvallamento, forse vestigia di una strada che fu. Lì, c’è la mia seconda posta. Oddio, non sono il solo a conoscerla. E’ battuta anche da quel pugno di cercatori indigeni che è giusto che la conoscano, e ci puoi arrivare anche di culo, ma è così che funziona. Un giorno a me e un giorno a qualcun altro. Però, quel ragazzino, oggi, non me lo aspettavo. Avrà avuto dieci anni, ma ne dimostrava di meno. Indossava un maglioncino blu, sdrucito ai gomiti, ed un paio di calzoncini corti di velluto che lasciavano scoperte due gambette secche secche, sempre in movimento. Erano quattro ossa messe in croce che sembrava sapessero maledettamente bene dove e cosa cercare. Nascosto dietro un grosso cespuglio, osservavo quel folletto muoversi silenzioso come un’ombra, ogni tanto chinarsi, raccogliere furtivamente qualcosa e farlo rapidamente scivolare nel cestino, più grosso di lui, appeso al gomito. Stava trovando funghi, quel porco. I miei funghi. Va béh, penso, amen, e camminando all’indietro per qualche passo, decido di aggirarlo dal basso, facendo attenzione a dove mettevo i piedi, per non far rumore e giungere indisturbato alla terza posta. Quella è conosciuta veramente da pochi, è decentrata, fuori mano, ci arrivi solo se sai dove andare. ….Penso, l’ho lasciato indietro, ormai. Quello perderà un mucchio di tempo là, poi ci ripasso io, al ritorno, a far su quello che ci ha lasciato o calpestato. Oltrepasso un rio, risalgo la riva opposta ed esattamente dove mi aspettavo, vedo un fungo meraviglioso. Uno dei più belli che abbia mai visto. Da libro! Solo che non stava dove doveva essere, cioè per terra, ma in mano a quel dannato ragazzino. Lì per lì, non mi sono neanche incavolato, tanto ero stupito. Come diavolo aveva fatto a passarmi, non visto e non sentito, davanti? Chi era quello spudorato moccioso? Acquattato dietro un cespuglio, lo osservavo raccogliere quello ed altri funghi, con gesti precisi ma senza fretta. C’era della classe, in quello che faceva. Non dava l’impressione di avermi sentito, ma, chissà come, non riuscivo a vederlo in volto perché, comunque si spostasse, mi dava sempre le spalle o, al massimo, di profilo. In paese, calzoncini corti, con dentro un ragazzino, che andassero per funghi, non ce n’erano. O meglio, non ce n’erano più da quarant’anni. Comunque, prendo atto di essere stato fregato per la seconda volta e, discretamente, mi ritiro. Discretamente e silenziosamente. Ora, non mi resta che la quarta ed ultima posta, e siccome non c’è il due senza il tre, prendo le mie brave precauzioni nel senso che abbandono tutte le possibili precauzioni. …Corro!

Attraverso tutto il bosco e, trafelato, giungo al limitare di quei quattro magici cespugli, disposti a cerchio, che non mi hanno mai tradito. Rapida occhiata intorno…..nessuno. - E’ fatta! - penso, ed inserisco lo scanner. Hai presente le berte, cioè le gazze? Quei fottuti uccelli hanno la maledetta abitudine di partirti, da sotto i piedi, gracchiando, quando meno te l’aspetti, facendoti prendere dei sussulti da infarto. Ebbene, hanno avuto quell’effetto, le parole che, improvvisamente, sono state pronunciate alla mia sinistra: - Occhio a non calpestarli, …è tutto un fungo, qui! -

Inginocchiato sul soffice tappeto di foglie secche, il ragazzino di prima ne stava tastando delicatamente, col palmo delle mani, la consistenza, per svelarne il segreto nascosto. Pronunciò quelle parole senza neanche voltarsi e senza mostrare la minima sorpresa, come se avesse saputo, da sempre, che io sarei arrivato lì, in quel momento. - Non è possibile - pensai, appoggiandomi ad un albero ed alzando gli occhi al cielo. E d’improvviso, Casun, non mi sembrò più lo stesso. Sembrava che gli alberi fossero più rigogliosi, le fronde più verdi, l’aria più limpida. Sembrava che tutto fosse ringiovanito, tutto più …pulito.

- Ma chi sei, cherubino - gli chiesi, abbassando gli occhi.

- Chi sono, pensavo l’avessi già capito - rispose.

- Non sei di qui; …e poi, ti lasciano andare per boschi tutto solo? -

- O si, che sono di qui! E non sono solo, ci sono la mamma e il papà, con me. - E così dicendo, alzò un braccio indicando una direzione, nel folto del bosco. Io la seguii con lo sguardo e, tra gli alberi, intravidi le figure di un uomo e di una donna, …quelli si, inconfondibili. L’uomo aveva i capelli neri, un fisico asciutto, atletico, e si aggirava tra i cespugli con fare annoiato, come se fosse lì, a cercar funghi solo per dovere coniugale. La donna era minuta, con i capelli castani raccolti in un fazzoletto rosso, sembrava prendere in giro l’uomo e l’incoraggiava a cercare i funghi. Poi la donna si voltò verso di noi e chiamò, forte: - Mauriiii! -

La sua voce mi giunse limpida, cristallina, come se l’aria stessa si fosse retratta per non opporle resistenza. Allora il ragazzino, si alzò e, per la prima volta, si girò verso di me.

- Ora devo andare -, disse.

Ne conosco un mucchio, di parole: fossi riuscito a trovarne una per convincerlo a restare, anche un solo istante, di più. Mi limitai a raccogliere tutte le mie forze per resistere alla tentazione di sprofondare in quegli occhi grigi, diventare io lui, e lui me, annullando l’abisso che ci separava. Raccolse il cestino, quel cestino in cui c’erano tutti i funghi che io avevo trovato, in tanti anni a Casun, e si avviò. Giunse al margine della radura e poi, senza voltarsi, quasi parlando a sé, aggiunse: - Non succede sempre, sai, e non succede con tutti. Voglio dire, Casun, questo scherzetto, non lo fa quasi mai. Bisogna crederci.

Bisogna sentirlo in fondo al cuore, che Casun non ti tradirà mai. -

 

Acquafredda

Non me la ricordo neanche più la prima volta che sono salito all’Acquafredda. Probabilmente sarò stato poco più di un bambino; e agli occhi di un bambino le cose appaiono tutte grandi, magiche e sembrano nascondere chissà quali segreti. Poi, col tempo, s’insozzano, perdono il loro fascino e appaiono per quello che sono, non per quello che vorresti. Succede quasi sempre così. Se troviamo la forza di tirare avanti, è per via di quel “quasi”. Nel senso che, a volte, va diversamente e riusciamo ancora ad entusiasmarci. Gocce, beninteso, nient’altro che gocce, ma tutto fa.

Io, quando vado all’Acquafredda, ho la piacevolissima sensazione di arrivare in un posto dove sono aspettato. Ci sarò stato mille volte ed è sempre lo stesso. E’ come il richiamo periodico di un lontano vaccino: stimola una memoria immunitaria impressa indelebilmente nel cuore.

Non è cambiato molto, da allora. Apparentemente.

La casa, schiacciata tra il greppe ed il ruscello, e la minuscola radura che la circonda ti sorprendono come uno starnuto improvviso, quando sbuchi dalla strada nel bosco. Se ne fregano, loro, di mostrarsi discretamente, un po’ alla volta. E’ come se volessero farti capire che, quel che c’è da vedere, è meglio vederlo tutto e subito, quel che c’è da sapere, è meglio saperlo tutto ed ora. Probabilmente chi ha costruito quella casa, nuda essenziale e senza la minima concessione all’eleganza, aveva tanti sogni in tasca come me dei soldi. Pensa te, il mazzo che si sono fatti cento e passa anni fa. Roba da non credere. Fu edificata su una sorgente e ancora oggi capta acqua per il civico acquedotto, quella che esce da lì e quella che arriva da due sorgenti vicine. Non tutta, però. Una piccola parte è stata, da mani prodighe, raccolta e restituita all’omonimo rio, lì vicino, dopo aver alimentato una fontana. E’ una fontana pro-populo, come non se vedono più, di quelle senza contatore. L’hanno incastonata tra i carpini bianchi, e sistemato le pietre, tutt’intorno, a formare dei sedili naturali. Frega niente, a me, sapere se è buona, quell’acqua, o da dove ne viene. Mi basta sentirla cantare, tra gli alberi.

Questo della fontana, è l’angolo che preferisco. Per tre motivi:

Il primo è l’acqua. Quella modesta roggia, che non perde mai la pazienza, mi rilassa. Non è come il mare, che a volte urla, è un sottile bisbiglio, una nenia che ti culla e stimola la diuresi mentale. Particolare non trascurabile, dopo i cinquant’anni.

Il secondo motivo, sono gli alberi. Io adoro i carpini bianchi perché sono alberi umili, storti e ritorti, che sembrano crescere a stento. Non sono superbi come i loro cugini neri, che salgono dritti verso il cielo, tronfi della loro bellezza e della loro boffa di fronde apicali. Il carpino bianco se lo guadagna il cielo, con enorme fatica, povero diavolo.

Il terzo motivo è perché quando sei lì, pur restando lì, nello stesso posto, sei nel punto più distante possibile da quel borgo d’insetti transgenici giganti che hanno fatto il nido dentro le vasche di raccolta dell’Acquafredda. Crepitano, quei mostri, il loro assordante sibilo ogni santo giorno ed ogni santa notte che Dio manda su questa terra. Senza sosta. Alcuni sostengono che sia una turbinetta ad acqua con i cuscinetti sgranati che alimenta una batteria che alimenta un aggeggio elettronico che, probabilmente, potrebbe andare lo stesso con una pila da orologio. Ma non è vero.

Sono Bombi tropicali incazzati. Me l’ha detto un ragazzino che tanti anni fa è salito all’Acquafredda per la prima volta.

Ci sarà pure, da qualche parte, un pio cacciatore che, in un impeto di salvifica follia, un giorno faccia saltare il lucchetto e, con la sua doppietta, ponga fine allo strazio.

Così, senza impegno, una fucilata e via.

Qualità: le origini

Inizio anni 70. Un camionista di Bolzano deve portare, con il suo Magirus Deutz da 100 quintali, dei travetti da tetto (triestini, per l’esattezza) fino a Molfetta, dove c’è un tizio che si costruisce una villetta con vista mare e che, sulla testa, vuole del legno Altoatesino. Il viaggio fila via liscio come l’olio, con il Magirus che romba alla grande, quando, improvvisamente, si rompe la boccola di un braccetto dello sterzo. Per la bravura dell’autista, nessuna conseguenza, per sè e per gli altri. Corollario di madonne in ladino che avrebbero fatto scappare, facendosi il segno della Croce, un veterano della Compagnia Unica del Porto, solo in parte mitigate dalla presenza, del tutto casuale, nelle immediate vicinanze, di un officina specializzata.

Tutto contrito, il meccanico, dopo innumerevoli tentativi, spiega al nostro autista che non può effettuare la riparazione per colpa di un dado che è andato smarrito nell’incidente. Lui, in magazzino ne ha un vagone, di dadi, ma sono tutti dadi meridionali, che non si avvitano in bulloni altoatesini. L’unica soluzione, è farlo venire da Bolzano, il dado. E così, l’autista altoatesino, che chiameremo Franz, deve telefonare a suo fratello, che di mestiere fa l’ingegnere e che chiameremo Hans, pregandolo di portagli fino a Molfetta quel benedetto dado. Tutti incazzati neri, i protagonisti: il meccanico, perché si sente frustrato, Franz, perché deve perdere un mucchio di tempo, l’imprenditore, perché si sta avvicinando una perturbazione e Hans, perché deve farsi 800 km per un dado. Fu tra Ronco Bilaccio e Barberino del Mugello, mentre era in coda per un incidente, che l’inge, tra un Bahlsen e l’altro, ebbe la geniale idea di inventare la Certificazione di Qualità. Lo fece a fin di bene; per evitare ai posteri un destino gramo come il suo. Lo fece per consentire che dadi e bulloni, dovunque fossero costruiti, s'accoppiassero felicemente, abbattendo le barriere etnico-metallurgiche. Solo che poi la cosa gli è sfuggita di mano, innescando una reazione a catena paragonabile a quella causata dal primo ladro di scocche della Vespa. Delle conseguenze e successivi sviluppi, ne parleremo in altra sede, per motivi di spazio. Torniamo ora a Franz e suo fratello. Consegnato il bullone, riparato il camion, si trattava di portare i travetti all’imprenditore e presentargli il conto. Franz, per paura di perdere il cliente, non voleva fare nessun ricarico. Hans, invece, voleva essere indennizzato di autostrada, benzina, usura mezzo, Balzen e danni morali. Narrano che i due fratelli arrivarono ad un passo dalla rottura, ma poi si accordarono per il rimborso solo dei Bahlsen, perché Franz rinunciò alla sua parte di diritti esclusivi sull’invenzione della Certificazione di Qualità, pur avendo rivestito un ruolo importante in essa.

 

Qualità: gli sviluppi

Che la cosa scappò di mano, è testimoniato dal fatto che non un prodotto, non una prestazione, ne sono rimasti immuni. La Qualità s’è intrusa, impudente, negli anfratti più reconditi della nostra vita. E lì, ha demolito certezze e stabilito regole, tessuto trame e correlazioni fino ad ieri impensabili. Prendi lo sciacquone, per esempio. Che cosa si chiedeva ad uno sciacquone, fino a qualche tempo fa? Che durasse il più a lungo possibile. Lo potevi anche scegliere perché era bello, slanciato, smaltato, ma quello che soprattutto pretendevi, era che funzionasse bene e a lungo. Poi, magari, eri sfigato e, dopo un mese, ti si rompeva il galleggiante per un difetto di fusione. In tal caso, i timidi cambiavano negozio e marca, gli idealisti, solo marca, ma comunque, era il mercato stesso, che selezionava il prodotto. Una     faccenda a tre, insomma. Il cliente, il negoziante e il produttore, punto. Finché, un giorno, irrompe, prepotentemente, nelle nostre coscienze il bisogno di stabilire norme e regole che certifichino non tanto la qualità del prodotto o della prestazione, ma le procedure che si seguono per la sua realizzazione. E’ in questo momento che nasce il Santo Ufficio della Certificazione. Che cosa è accaduto? Da dove nasce questa improvvisa smania di autoregolamentazione? Io so solo che, quando le cose si fanno complicate, bisogna pensare facile: evoluzionismo darwiniano a carico della corteccia cerebrale, con risvolti comportamentali. E così, il nostro costruttore di sciacquoni, se vuole continuare a fare il suo mestiere, deve, gioco forza, prendere la ISO 9000. Arrivano i Certificatori e gli dicono: “mediamente, una persona con alvo regolare, tira lo sciacquone 410 volte l’anno, incluso i 10 giorni di super lavoro provocati da affezioni virali intestinali. Una famiglia di tre persone, quindi, 800 volte l’anno (la differenza è dovuta all’auspicabile collaborazione solidale dei cessi sul posto di lavoro). Uno sciacquone deve durare almeno tre anni, quindi, per avere la ISO 9000, devi immetterlo sul mercato collaudato per 2400 scarichi. Non è necessario che tu lo costruisca per durare il più a lungo possibile. Deve durare almeno 2400 scarichi, e non è la stessa cosa! Se il cliente te lo riporta indietro, rotto, dopo averlo usato 2399 volte, gli è dovuto un indennizzo di 50 Euro. Alla 2401 volta, invece, puoi mandarlo a quel paese. Prendere o lasciare”. “Si, ma come faccio a contare gli scarichi?” “ Gli dai un modulo da compilare, così poi, noi possiamo controllare”.

Ecco, quello dei moduli è un punto focale! L’esercito che Innocenzo III mandò, al comando di Simone di Montfort, ad estirpare l’eresia Catara, aveva spade e lance; questa nuova armata, che pure porta sul petto la croce rossa dei Crociati in Terra Santa, brandisce i moduli. Ce ne sono per tutti i gusti. Con le caselline da barrare e le firme da apporre. Tutti con dovizia di varie ed eventuali. Guai a saltarne uno! Subito ti appioppano un non conformità. E questo suscita in me, se non proprio terrore, apprensione. Perché non conforme, può significare diverso, e allora la paura di prenderlo in quel posto, diventa tangibile. Così, novello Albigese, guardo con sospetto e timore ai certificatori. Anche perché non capisco bene da dove vengano e chi siano. Se sono tali per determinazione genetica oppure per titoli ed esami. Ed in tal caso, chi certifica i certificatori? E chi i certificatori dei certificatori? Potrebbe configurarsi un universo ciclico, senza un inizio e senza una fine, in cui il destino dell’uomo è rappresentato dalla ricerca mistica del Modulo Primo. Quello che compendia, in sé, tutti i moduli possibili, presenti, passati e futuri. Abbiamo a disposizione 25 lettere dell’alfabeto, più i segni di punteggiatura, più le immagini grafiche messe a disposizione dall’informatica. Assemblati in tutte le possibili combinazioni, danno un numero mostruosamente alto, ma pur sempre finito. Possiamo farcela. (Bello, vero, quest’ultimo concetto? Infatti non è mio. Borges. Finzioni, La Biblioteca di Babele).

 

La Pietra

Sparsi qua e la sulla faccia di questa dannatissima terra, senza una disposizione logica, tanto che puoi trovarne due uno accanto all’altro e poi nulla per centinaia di chilometri; indifferentemente, in pianura, collina, montagna o in riva al mare (anche se una certa tradizione popolare suggerisce che in montagna è meglio per via della sopraelevazione), esistono posti speciali, indefinibili altrimenti se non per il fatto che quando ci sei, lo senti. Sono punti internodali, questi, dove s’intersecano forze del primo, secondo e terzo ordine. Dove ragione, sentimento ed istinto interrompono il vorticoso conflitto e s’incanalano, una volta tanto, per le strade loro. Spesso, nelle immediate vicinanze, c’è una grossa pietra su cui ci si può sedere o salire sopra, come meglio aggrada, a seconda dei casi. Chiamasi Pietra Pensatora (in seguito, abbreviata PP). Una PP che si rispetti, non si trova mai vicino ad una strada trafficata, anzi non si trova mai vicino ad una strada (fanno eccezione quelle poderali ed interpoderali) né ad immobili destinati a civili abitazioni o a posti di lavoro. Se, per disgrazia, accade che l’uomo, con una sua qualche attività, invada continuativamente la sfera d’influenza di una PP, questa perde tutti i suoi poteri e si trasforma in un semplice sasso bastardo, dove, al massimo, ci si può inciampare. Tanto per sfatare la diceria che un paesano non rivela mai i segreti dei posti suoi, una PP seria, di quelle con le palle, si trova nel Comune di Arquata Scrivia, foglio di mappa 17 del NCT, tra le particelle 95 e 383. Dove la strada vicinale Cà di Diego/Masseria Praga incontra il sentiero escursionistico E1. Tié! Ogni tanto ci vado. Io e un’avvocatessa di Genova, un tipo in gamba. In giorni diversi, beninteso. Lo usiamo con parsimonia, quel posto, solo nei casi di effettiva necessità. Come se, entrambi, avessimo paura di sconvolgerne, con un uso improprio, il delicato equilibrio. Dunque, raggiunta che hai la PP, ti ci siedi sopra e lasci che gli occhi vaghino liberi nello spazio circostante; che s’impregnino di azzurro, di verde, mentre la tua pelle assorbe i profumi dell’aria. In questa fase si possono tenere anche gli occhi aperti. Nel frattempo, i pensieri generati dalla tua angoscia si coagulano, precipitano uno sull’altro, a strati , come una cipolla, fino a formare una palla, dai contorni netti, sospesa a metà cervello. A questo punto, bisogna fare come Susanna Tamaro quando ci insegna ad ascoltare il cuore: chiudere gli occhi, respirare profondamente, come quando siamo venuti al mondo, ed aspettare. …Silenzio. Aspetta ancora. …. silenzio.

Poi, un’istante prima che tu t’ arrenda e dica “questa volta m’ha fregato”, ma proprio una frazione d’istante prima, dico, d’un niente…., t’arriva la risposta. Netta, chiara, illuminante, che fa secchi i dubbi. Come se improvvisamente si fosse attivata la messa a fuoco automatica della vita.

Solo nell’ultimo anno, sono una trentina le volte che ho avvertito la necessità di ricorrere all’aiuto della PP. Lascio che si accumulino, i quesiti, per porglierli tutti ad un tempo. Altrimenti, uno alla volta, ho paura che si irriti.

Perché, vedete, anche se sulle prime sembrano delle cose serie, da soffocare l’anima, quando poi ti fermi e senti respirare la terra sotto i piedi, allora ti accorgi che sono tutte fregnacce. Urla di orchi d’argilla capaci solo di spaventare menti bambine confuse dal rumore. Dietro, non c’è nulla, anzi, c’è il nulla.

Le più tante volte esco di casa risoluto. Adesso ci vado! E m’incammino. Poi, arrivo a metà strada, rallento, mi fermo. Vince la paura che la PP mi spari a quel paese e ritorno indietro.

…Succede quasi sempre così.

…E’ sempre successo così!

Da quella pietra là, io, che sono partito tante volte per arrivarci, …io, …io, …non ci sono mai arrivato.